venerdì 24 febbraio 2012

Le origini oscure delle carte da gioco e dei Tarocchi

 tratto da Specolumdeorum.net

Ipotesi egiziana
Nel 1781 Court de Gebelin pubblica la sua opera il "Mondo Primitivo".
E tra le pagine di questa opera troviamo tali frasi :
"Se si sentisse annunciare che esiste ancora, ai giorni nostri, un'Opera degli antichi egiziani, uno dei loro libri sfuggito alle fiamme che divorarono le loro biblioteche superbe e che contiene la loro dottrina più pura su soggetti interessantissimi, tutti sarebbero indubbiamente ansiosi di conoscere un Libro tanto prezioso, tanto straordinario. Se si aggiungesse poi che questo libro è diffuso in gran parte dell'Europa, che da molti secoli è ancora nelle mani di tutti, la sorpresa sarebbe certamente ancora più grande: e non giungerebbe al colmo, se si assicurasse che nessuno ha mai sospettato che quest'opera fosse egiziana, che la si possiede come se non la si possedesse, che nessuno ha mai cercato di decifrarne una pagina: che il frutto d'una saggezza raffinata è considerato come una massa di figure in se stesse insignificanti? Non si penserebbe allora che ci si vuole far beffe della credulità degli ascoltatori?
Eppure è verissimo: questo libro egiziano, il solo che ci rimanga delle loro superbe biblioteche, esiste ancora oggi: è addirittura tanto comune che nessuno scienziato si è degnato di occuparsene; nessuno aveva mai sospettato la sua origine illustre. Questo libro è il Gioco dei Tarocchi..." Evidentemente questa fu una "rivelazione" di grande effetto ma il succo fu che non ci fu nessuna prova portata da lui a sostegno della sua tesi, anzi.
Ma la notizia faceva comunque scalpore e un parrucchiere, Alliette, che si fece chiamare Eteilla, proclamò anch'esso che i Tarocchi erano il più antico libro del mondo, ad opera di Ermete-Thot.
Anche Christian, in "Storia della Magia", sostiene caldamente la tesi di un'origine dei Tarocchi che risale all'antico Egitto, e quest'autore, inoltre , fa assistere al lettore una iniziazione ai misteri di Osiride, nella cripte della Grande Piramide di Menfi, in cui colui che veniva iniziato doveva percorrere una galleria, le cui pareti avrebbero dovuto essere suddivise da ventiquattro pilastri in venditue riquadri che riassumono la dottrina segreta dei gerofanti, dottrina che si sarebbe poi trasmessa nei Tarocchi creati a somiglianza di quei ventidue riquadri di parete.
Ma la galleria tanto citata in questa opera è assolutamente ignota all'egittologia.
Decade quindi miseramente la teoria che i Tarocchi da noi conosciuti siano in qualche modo originari dell'Egitto, anche se ancora oggi vi sono alcune fazioni che sostengono questa tesi senza prove e totalmente campata in aria.
Ipotesi araba

Dopo che i Tarocchi furono introdotti a Viterbo nel 1379 , fatto documentato da un cronista del XV secolo negli Annali di Viterbo,Juzzo de Coveluzzo, che compilò la sua documentazione sulla base di note lasciategli dal nonno, Nicola de Coveluzzo, lo stesso espresse il parere che queste carte provenissero da un gioco Saraceno, conosciuto col nome di Naib. Nei suoi scritti infatti si legge :”Anno 1379 fu recato in Viterbo el gioco delli carti, che venne de Saracinia, e chiamasi tra loro naib”. Aggiuntiva notizia che avvallerebbe l’ipotesi di un'origine islamica possiamo arguirla dall' Inventario del duca d'Orléans, nel quale ,all'anno 1408, si può leggere: “Ung jeu de quartes serrasines-unes quartes de Lombardie”. Inoltre secondo l’abate Rive (1750) e di molti suoi successivi sostenitori, gli arabi portarono le carte prima in Spagna, dove tutt’ora vengono chiamate naipes, e poi da lì queste passarono in Italia mantenendo quel nome di origine araba. Non vi è però nessuna notizia di questo gioco di carte tra gli Arabi, oltretutto bisogna ricordare che il Corano proibisce categoricamente tutti i giochi d'azzardo, e infatti così cita : “Ti interrogheranno sul vino e sul gioco d'azzardo; rispondi: Vi è nell'uno e nell'altro un grave peccato e dei vantaggi per gli uomini. Ma il peccato supera i vantaggi” (Corano - II, 219). E ancora : “Credenti! Le bevande fermentate, il gioco d' azzardo, gli idoli, le frecce divinatorie sono solo una sozzura diabolica. Evitateli e sarete felici. Il diavolo desidera unicamente suscitare fra voi, col vino e il gioco d'azzardo, l'inimicizia, l'odio, e distogliervi dal pensare a Dio e alla preghiera” (Corano - V, 90-91). In arabo Naab significa 'profezia' , e questo voleva forse sottolineare che le carte servivano anche a interrogare la sorte. Ma in realtà sul significato della parola Naib i pareri sono completamente discordanti. Alcuni pensano infatti che il termine Naib possa derivare dal fiammingo "cnaep" che significa fante, come se questa carta avesse dato il nome a tutto il mazzo. O ancora vi è chi ipotizza che il termine non derivi dall’arabo ma dallo spagnolo e dalla Spagna dove si suppone possano essere state inventate da un tale, Nicolao Pepin, il cui nome e cognome sembra quindi siano stati contratti e se ne sia ottenuto dunque il termine "naipes". L’unica cosa realmente certa di questa teoria è rappresentata dal più vecchio mazzo di carte in nostro possesso, il Mulûk wa-Nuwwâb, che è arabo, ed è conservato al museo di Topkapi, a Istanbul. Questo mazzo, risalente al XIII o XIV secolo, era composto da una serie di lamine intarsiate in oro, appartenenti a quattro semi, ognuno dei quali comprendeva 14 pezzi, 10 numerati e 4 figure, per un totale di 56 carte.

Le origini oscure delle carte da gioco e dei Tarocchi - L'Oriente
La Cina
Secondo una fonte, risultata però di dubbia certezza, verso l’anno 1120 un funzionario di corte regalò all'imperatore 32 tavolette d'avorio, con incisioni relative a immagini del cielo, della terra, dell'uomo, e, le più numerose, relative a immagini astratte come la sorte o i doveri del cittadino. Il sovrano le avrebbe poi diffuse in tutto l’impero chiamando il gioco Mille volte diecimila . Questo gioco presenta in realtà solo 30 carte di cui tre serie di nove carte ciascuna e tre trionfi, che sono chiamate rispettivamente mille volte diecimila, il fiore rosso e il fiore bianco . Sulle carte che rappresentano il cosmo sono raffigurati 4 segni di colore rosso che simboleggiano i 4 punti cardinali, mentre su quelle raffiguranti l’uomo sono segnate 4 virtù rapportate ai punti cardinali e ripetute quattro volte. Sommando i segni di tutte le lame, si raggiunge poi il numero delle stelle, portando così a ipotizzare che il gioco rappresenti in qualche modo un microcosmo, un enciclopedia in cui è racchiuso tutto lo scibile. Inoltre nella Cina del 1200 veniva già usata la carta moneta, queste banconote erano disegnate con le immagini dell’Imperatore e con altri simboli, e questi soldi venivano dunque usati oltre che per la compravendita anche per il gioco. Storicamente i reperti più antichi, ritrovati nelle tombe reali, appoggiano l'ipotesi secondo la quale le moderne carte da domino siano derivate da questi antichi reperti usati e poi diffusi largamente in tutto il paese, già dal 1000 dc. Un'altro gioco molto diffuso e alquanto antico sono le carte cosiddette a semi monetari. Di queste carte si ritrova la prima descrizione in un documento del XV secolo, e anche di questo gioco ritroviamo oggi alcune varianti. Infine alcune carte recuperarono gli ideogrammi di un gioco da tavolo nazionale, lo XiangQi, o "scacchi cinesi". Questo gioco è probabilmente il meno antico, ma del suddetto si sa poco sia su quando fu ideato sia sul luogo in cui nacquero. Si è quindi ipotizzato tra i moderni studiosi che i Tarocchi e più in generale le carte possano essere state importate e poi modificate dall'oriente, teoria che però ha conosciuto molti oppositori e che tutt'ora non è tra le più sostenute.Tra i suoi propugnatori troviamo il ricercatore Albert Rémusat (XVIII sec.).

L'India
Alcuni mazzi di carte dell'India settentrionale, denominati mazzi Ganjifa risalgono all'inizio del '500 ma risulta molto probabile, dallo stile di alcune illustrazioni, che queste carte siano antecedenti a questo periodo. Il nome di questi mazzi è di origine persiana, e risulta probabile che discendano dalle primitive carte arabe, ma di questo non vi è nessuna certezza, risulta comunque un ipotesi abbastanza probabile. I più prestigiosi tra questi mazzi erano dipinti su gusci di tartaruga o madreperla, le dimensioni variavano di vari centimetri. Gli stili e le raffigurazioni erano molto differenti da mazzo a mazzo poichè i soggetti a cui si ispiravano erano diversi, anche i semi variavano e tra i tanti si possono ricordare le varie reincarnazioni del Dio Vishnu, i pianeti, e alcune scene del libro Ramayana. Ogni seme contava 12 carte, per cotituire mazzi che raggiungevano le 96 carte, o anche le 108, le 120 e oltre. Ma altrettanto probabile è l'ipotesi di una possibile influenza cinese, riguardo l'origine delle carte indiane, In particolare il gioco Dashavatara è molto simile ai mille volte diecimila cinese, questo gioco comprende 120 carte, diviso in dieci serie di dodici carte, corrispondenti alle dieci incarnazioni o avatar di Visnu. 

Il Giappone
Il Giappone pur avendo intessuto notevoli rapporti culturali con la Cina già da un'epoca antecedente all'anno 1000d.C. non risultò minimamente influenzato dalle tradizionali carte cinesi. L'alta società di questo paese infatti sviluppò un sistema di gioco attorno all'undicesimo secolo basato su una serie di conchiglie di mare dipinte, su cui vi erano incisioni e iscrizioni, il gioco veniva denominato Uta Awase, letteralmente "combinazione di poesie". In una tessera venivano scritti i primi versi di una poesia e i rimanenti venivano trovati in una seconda conchiglia. Il gioco consisteva nel combinare le due tessere. Nello stesso periodo, inoltre si sviluppo anche il Kai Oi, e anche in questo caso le "carte" erano rappresentate da una serie di conchiglie marine dipinte che dovevano essere combinate in coppie. Da questi giochi si svilupparono poi alcune varianti nei quali venivano modificati i soggetti illustrati nelle tessere. Solo nel sedicesimo secolo il Giappone subì l'influenza di giochi stranieri, cioè quando i portoghesi entrarono in contatto con questo Paese, e vi introdussero i mazzi spagnoli a 48 carte. Questi si diffusero e divennero i progenitori di molti mazzi di carte locali, come il gioco Hanafuda, che fù in seguito introdotto anche in Corea dove venne adottato con il nome di Hwatu.

Le origini oscure delle carte da gioco e dei Tarocchi - L'Occidente
L'Italia Come si è precedentemente detto in questo articolo le ipotesi sulla paternità dei Tarocchi sono state varie, ma storicamente parlando, l'unica cosa che si puo a buona ragione asserire è che queste carte videro il maggior sviluppo in Italia, sia per il fatto che ne vennero prodotti un maggior numero, sia perchè furono soggetto di molti artisti italiani. Ed ecco che sorge un ulteriore ipotesi secondo la quale questi mazzi di carte nacquero proprio nel paese dove ebbero maggiore fioritura, l'Italia. Si è quindi pensato che Naibbe potesse quindi provenire da una storpiature di Napoli, città che secondo alcuni diede i natali al gioco. Le carte da qui si sarebbero poi estese al nord italia dove nacquero i veri e propri Tarocchi. E dal nord Italia sempre secondo questa teoria si sarebbero poi sviluppati in tutta Europa dove si sarebbero poi modificati secondo le tradizioni locali. Ad esempio in Germania i semi tipicamente italiani vennero sostituiti da cuori, foglie, ghiande e campanelli.

L'antico territorio ebraico Nel 1856 Alphonse Louis Constant, occultista noto con lo pseudonimo di Eliphas Levi, pubblicò un volume dal titolo "Dogma e Rituale dell’Alta Magia". In questo e in alcuni altri suoi testi posteriori Levi sosteneva che le carte dei Tarocchi discendessero direttamente dalla sacra scienza ebraica e che dopo la caduta e distruzione del tempio di Gerusalemme i simboli principali di questa "sacra disciplina scientifica" vennero trasmessi ai saggi cabbalisti e da loro si trasmisero sotto forma di lame dei Tarocchi alla cultura medievale. Così dice infatti Levi : "Quando il sommo sacerdozio smise di esistere in Israele, quando tutti gli oracoli del mondo tacquero alla presenza del Verso fatto uomo che parlava attraverso la bocca del più popolare e del più dolce dei saggi, quando l'Arca andò perduta, quando il santuario fu profanato e il tempio distrutto, i misteri dell'ephod e dei Theraphim, che non erano più tracciati sull'oro e sulle pietre preziose, furono scritti o più esattamente raffigurati da saggi cabalisti sull'avorio, sulla pergamena, sul cuoio argentato o dorato, e poi finalmente su semplici carte, che furono sempre sospette agli occhi della Chiesa ufficiale, come se racchiudessero una chiave pericolosa dei suoi misteri. Da queste carte sono venuti i Tarocchi, la cui antichità, rivelata allo scienziato Court de Gebelin dalla stessa scienza dei geroglifici e dei numeri, ha suscitato più tardi la dubbiosa perspicacia e la tenace indagine di Eteilla." Levi nei suoi trattati assimilò i 22 arcani maggiori con i 22 sentieri dell'albero della Cabala. La CABALA, o Kabalah, altro non è che un sistema di classificazione delle enormi forze naturali che dominano, attorniano e distruggono l'uomo riassunte in numeri e simboli, cioè i Sephirot. I Sephirot, schematizzati in un diagramma denominato "Albero della vita", sono collegati tra loro da 22 sentieri collegati alle 22 lettere dell'alfabeto ebraico. I 10 Sephirot e le 22 sentieri si uniscono a formare 32 vie attraverso le quali la divinità scende sull'uomo e l'uomo ascende fino alla divinità. Questa nuova teoria oltre a portare nuova confusione sullo studio delle origini dei Tarocchi, era quanto meno inesatta. Tra gli studiosi che confutarono la teoria di Levi ci fu Oswald Wirth che prendendo in analisi i testi di Levi vi trovò alcuni punti a sfavore. Ecco riportati due interventi sull'argomenti nell'opera dello studioso: "Sappiamo che i grandi sacerdoti di Gerusalemme interrogavano l'oracolo dell'Urim e del Thumin con l'aiuto dei Theraphim, cioè simboli ideografici o geroglifici. Eliphas Levi spiega che le consultazioni avvenivano nel tempio, sulla tavola d'oro dell'Arca santa. Le notizie che possediamo sui Theraphim sono così vaghe che è impossibile trarne qualche conclusione."
"La cabala era certamente ben nota agli autori dei Tarocchi ma questi artisti - filosofi non potevano appartenere al ceppo semitico che, ben lungi dall'incoraggiare un simbolismo artistico, ha sempre preferito legare le sue speculazioni astratte all'aridità delle lettere, dei numeri e delle figure geometriche."

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