mercoledì 22 febbraio 2012

Succellus

Articolo di Asgard
Sucellus, il cui nome viene fatto derivare dal prefisso “Su”, ovvero “buono, ottimo” e dal termine latino “percellere”, il cui significato è “sconvolgere, colpire, uccidere”; il cui significato diventa “ il buon picchiatore” o “colui che batte bene”, è una delle divinità galliche più diffuse in tutta Europa.
Sono ben 200 i ritrovamenti di sue rappresentazioni, sempre raffigurato come un uomo robusto, dalla capigliatura riccia e leonina, una folta barba che scende fino al possente petto; impugna un martello dal lungo manico.
Le sue caratteristiche sono palesemente solari, le sue raffigurazioni sono sempre accompagnate da svastiche, ruote solari, croci.
Per alcuni studiosi egli è il Dio supremo dei Galli, il più grande di tutti, mentre per altri egli è il Dio al centro dei culti popolari, buono e onesto.
La sua particolarità è che le sue rappresentazioni si prestano a più versioni, e tutte trovano riscontro; infatti mentre nelle zone più a nord quali il Reno, il Rodano e la Saona vi è una visione più veneranda e solenne, quasi sempre associato al Giove romano; la zona sud ha una visione più bonaria, agreste che nella Gallia narbonese lo porterà ad essere associato al Silvano romano, ma non mancano anche rappresentazioni che lo associano al Dis pater e a Pluto, Dio dei morti.
Per comprendere meglio le sue caratteristiche, si può considerare Sucellus come Giove, Silvanus o il Pluto gallico, è interessante osservare i ritrovamenti nelle zone più periferiche, dove la tendenza a mantenere una tradizione più arcaica è maggiore.
Esistono sei statuette bronzee ritrovate in diverse località della Svizzera (Losanna, Basilea, August, Visp, Pully e Genf) che mostrano coerentemente le stesse caratteristiche.
Sucellus è rappresentato con la solita capigliatura leonina, barba lunga, fisico possente; in tutte la rappresentazioni è vestito con una tunica a maniche lunghe che arriva fino al ginocchio; nella mano sinistra porta il classico martello dal lungo manico, mentre nella destra tiene una olla, oggetto a forma di vaso.
Il migliore di questi è senz’altro la statuetta di Visp, nella quale si può notare un lungo chiodo sul petto, con le due ali allungate in testa a mo’ di piccolo martello; il cui significato potrebbe essere quello del chiodo con cui si sancisce un’ accordo, un patto stipulato o un giuramento, tipici proprio di Giove e anche del Dagda.
Una marcata cintura attraversa orizzontalmente il chiodo formando una croce; simbolo che compare inciso sulla pietra di numerose statue che raffigurano il Dio.
Ciò può significare che Sucellus è un Dio che presiede in terra e sotto di essa, al mondo dei Viventi e dei defunti; in pratica presiede i cicli della vita e della morte, della ciclicità della terra, delle stagioni e quindi della fertilità.
In pratica è il Dio degli antenati che dispone della vita e della morte (come il Dagda), dei tesori della terra e della fertilità.
Indizi che confermano questa visione sono molti; parecchie raffigurazioni, compreso la statua di Visp, lo vedono con una collana di foglie d’oro al collo; alcune delle quali in procinto di staccarsi o già staccate, giacenti sul petto del Dio.
Chiaro riferimento ai cicli stagionali della vita, di fertilità, di vita e di morte, simbolismo che si sposa perfettamente con i cicli del sole, sempre rappresentati con esso.
Molti sono gli indizi che testimonierebbero Sucellus come Dio solare; signore del ciclo della vita e della morte; in molte raffigurazioni su altari nei Pirenei, così come in Inghilterra, oltre ai consueti simboli solari è presente il tipico serpente con la testa di ariete, il quale si attorciglia o intorno all’altare, o intorno ad una quercia rappresentata affianco al Dio.
Ma il serpente con la testa di ariete non è l’unico animale che la mitologia celtica lega al mondo dei morti, anche il cane è spesso raffigurato al suo fianco e, ancora più esplicitamente, sul rilievo ormai distrutto di Oberseebach e di Varhely, viene raffigurato con un Cerbero, cane a tre teste guardiano degli inferi.
Alcuni studiosi sostengono che questo suo legame con gli inferi ed il Cerbero, farebbero di Sucellus il Dis Pater citato da Cesare e considerato alla stregua di Pluto, tesi che sarebbe avvalorata da un altare ritrovato a Sulzbach (presso Ettlingen), dove il Dio col martello indossa soltanto una pelle di lupo che copre la testa, la spalla e un braccio; l’iscrizione riporta come il nome del Dio quello di Dis pater; non solo, la pelle di lupo è proprio l’abito con cui viene raffigurato Hades, la versione greca di Pluto, il quale porta nelle mani uno scettro (alcuni studiosi considerano il martello di Sucellus uno scettro) e un vaso, molto somigliante è l’Ade rappresentato nella tomba etrusca degli Orchi di Tarquinia.
Ma non finisce qui, vi è un testo di Tertulliano, il quale riferisce di una comparsa chiamata Dis Pater che impugnava un martello quando portava i cadaveri fuori dell'arena:
Spesso abbiamo visto in un criminale castrato il vostro dio di Pessinunte, Attis; ed Hercules impersonato da un infelice che veniva bruciato vivo. Abbiamo riso ai vostri giochi di mezzogiorno, quando Dis Pater, il fratello di Iuppiter, portava via, col martello in pugno, le spoglie dei gladiatori uccisi; e quando Mercurius, il cappello alato in testa, provava il caduceo arroventato sui corpi esanimi, distinguendo quelli che erano davvero senza vita da quelli che simulavano la morte.
Quinto Settimio Fiorente Tertulliano: Alle Nazioni
Ma a questo punto per aver un riscontro più oggettivo tra Sucellus ed il Giove romano occorre trovare all’interno della simbologia del Dio gallico, l’elemento che contraddistingue il Dio romano, ovvero il fulmine, caratteristica di un altro Dio gallico, Taranis.
Tra i simboli che accompagnano le raffigurazioni di Sucellus compare anche la Z, simbolo del fulmine notturno; ad esempio la troviamo sulla statua di Visp, posizionato sotto il ginocchio sinistro.
Alcuni studiosi legano Sucellus al fulmine anche attraverso il maglio, sostenendo che il rumore che esso provoca colpendo ricorda il rumore del tuono; senza dimenticare che anche il Dio del tuono germanico (anch’esso popolo indoeuropeo) Thor era munito di martello.
Non so se questo sia vero ma il maglio senz’altro ci rientra soprattutto in alcuni casi in cui il battente si trasforma in una botte o un tamburo (altro strumento il cui suono rievoca il rumore del tuono in lontananza), e da questo tamburo principale di diramano altre sottili linee a mo di fulmini anch’esse terminanti in piccoli tamburi.
Un bell’esempio è la rappresentazione di Vienne, in cui il maglio è stato perduto, ma il Dio ha come copricapo un tamburo/botte, da cui si diramano cinque strali anch’essi terminanti con piccole botti/tamburi.
Ma gli indizi del rapporto Sucellus/Giove non finisco qui, abbiamo un’epigrafe trovata a Magonza la quale riporta la dicitura: I O M SVCÆLO
Ovvero “Iovi Optimo Maximo Sucellus”, il che fa supporre che Sucellus era riconosciuto come Giove anche nel suo massimo aspetto imperiale.
A sud del Rodano, soprattutto nella Gallia Narborese, Sucellus acquisisce le caratteristiche di Silvanus, dio romano della foresta e dell’agricolura.
Da notare che la sua rappresentazione cambia; sempre munito del lungo martello tiene un’olla nell’altra mano; ma a differenza del Sucellus/Giove, indossa una pelle di animale che gli scopre le gambe e la spalla destra e ha la testa coronata di alloro.
Ad Aigues-Mortes, vicino a Arles è stato ritrovato un altare con raffigurazione a Giove – Silvano, entrambi Dei romani, ma particolare è la simbologia che li circonda; Il Dio celeste è attorniato dai simboli della folgore e della ruota solare, mentre quelli di Silvano sono i tipici simboli di Sucellus, ovvero il martello, la roncola ed il vaso.
A fronte di tutto questo, a mio avviso, Sucellus rappresenta un Dio ancestrale che raggruppa all’interno di se vari elementi; esso è Dio solare, degli inferi, delle stagioni, della morte e della vita, così come della fertilità che in seguito sono state raffigurate in altre divinità con specifiche qualità, ad esempio Taranis col fulmine; anch’esso non a caso associato a Giove, anche se quest’ultimo potrebbe essere una divinità assestante con la sua peculiarità.
Di sicuro per i soldati romani in Gallia egli era Giove, testimoniato da diverse iscrizioni votive a Jupiter Sucellus, così come a numerose raffigurazioni di Jupiter con simboli solari e raffigurato con le sembianze che ricordano Sucellus.
E’ più probabile che vi sia stato una sorta di compromesso tra le due divinità; il Giove romano, divinità celeste, in Gallia aumenta in modo marcato la sua associazione al Sole tipica del Dio gallico, mentre quest’ultimo sia avvicina al Dio romano aumentando le sue caratteristiche celesti e al fulmine.

Rintracciato appoggiandomi al pentacolo, le informazioni sono prese da link QUI

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