martedì 27 novembre 2012

Modern Witch League © 5#: Alfabeto di strega: O come Omphalos (e Betilo)

E a che cos'altro poteva essere dedicata la lettera O :)

Col termine greco di Omphalos, “ombelico”, nell'antichità indicava generalmente un oggetto dal valore religioso. Nell'Antica Greci, in particolare, l’Omphalos era la pietra scolpita situata a Delfi, nel Tempio di Apollo, da cui la Pizia diffondeva i suoi vaticini. Il tempio di Apollo delfico era il più importante di tutto il mondo greco, per questo l'Omphalos indicava che Delfi, col suo santuario, era il centro del mondo, il suo ombelico.


Inoltre con lo stesso termine ci si riferiva anche al masso che Rea fece ingoiare a Crono al posto del figlio Zeus. 

Crono sposò sua sorella Rea, ma era stato profetizzato sia dalla Madre Terra, sia da Urano morente, che uno dei figli di Crono l'avrebbe detronizzato. Ogni anno, dunque, Crono divorava i figli generati da Rea: prima Estia, poi Demetra ed Era, poi Ade ed infine Poseidone. Rea era furibonda e partorì Zeus, il suo terzo figlio maschio, a notte fonda sul monte Licia in Arcadia, e lo affidò alla Madre Terra. Costei portò Zeus a Litto, in Creta e lo nascose nella grotta Dittea sulla collina Egea. Colà Zeus fu custodito dalla ninfa dei frassini Adrastea e da sua sorella Io, ambedue figlie di Melisseo, e nutrito con il latte della ninfa (o capra) Amaltea. Attorno alla dorata culla di Zeus bambino, montavano la guardia i Cureti figli di Rea. Essi danzavano battendo le spade contro gli scudi e gridando per coprire i vagiti del piccolo, perché Crono non potesse udirli nemmeno da lontano. Rea infatti, dopo il parto, aveva avvolto una pietra nelle fasce e l'aveva data a Crono che la inghiottì, convinto di divorare il suo figliolo Zeus. Col passare del tempo tuttavia, Crono cominciò a sospettare la verità e si mise a inseguire Zeus, che trasformò se stesso in serpente e le sue nutrici in orse: ecco perché brillano in cielo le costellazioni del Serpente e delle Orse. Divenuto adulto, Zeus volle impadronirsi del potere detenuto dal tirannico padre e convinse la titanessa Meti a mettere un emetico nella bevanda di Crono. Crono vomitò i cinque figli che aveva inghiottiti insieme alla grossa pietra che era stata sostituita a Zeus. Tale pietra venne successivamente posta dallo stesso Zeus a Delfi, dove divenne oggetto di venerazione come omphalos, ombelico o centro della terra e del mondo. In segno di gratitudine, i fratelli e le sorelle riportati in vita chiesero a Zeus di guidarli nella guerra contro i Titani, che si erano scelti il gigantesco Atlante come capo. 

Il concetto di Omphalos si ricollega anche a quello di Betilo (detto anche “bétile” o “bethel”), una pietra a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità: il termine stesso, in latino "Baetylos" e in greco "Baitylos", deriva dall'ebraico “Beith-El” che significa "Casa di Dio".
Le forme del betilo possono essere molto varie, generalmente vengono collocati in verticale. I più famosi probabilmente sono quelli dell'Isola di Pasqua. 


Si pensa che la loro origine sia legata agli antichi popoli orientali: di certo si sa che venivano innalzati dai Sumeri, ma più in generale fra le popolazioni che vivevano in Mesopotamia, come Semiti, Siro-Palestinesi. Si suppone si diffusero in tutta Europa con le migrazioni e le conquiste di queste popolazioni.
I betili si differenziano a seconda della zona di diffusione: l’adorazione delle pietre è comune presso molte civiltà primitive, infatti rimase a lungo anche fra le popolazioni di lingua greca, soprattutto dell'Asia Minore. In particolare importanza erano tenuti i meteoriti: sembra che anche la reliquia nella Kaaba fosse in origine un meteorite. Presso i Romani, invece, il culto delle pietre non era molto diffuso: esisteva il cosiddetto "Giove Lapide", una pietra che probabilmente in origine era considerata sede di uno spirito divino, ma che in età classica veniva considerata un semplice simulacro dello spirito di Giove. Pessinunte, un'antica città della Frigia, era famosa per il tempio che custodiva il simulacro di pietra nera di Cibele, il quale fu poi portato solennemente a Roma nel 204 a.C. in obbedienza a un responso dell'oracolo di Delfi. Un altro famoso betilo si trovava ad Emesa (Siria), e fu trasportato a Roma dall'imperatore Eliogabalo nel 220.
In Italia dei betili si trovano numerosi in particolar modo in Sardegna: se ne trovano sia isolati che come componenti dei recinti megalitici, detti tombe dei giganti, in genere con funzioni di delimitazione dell'area. Molto noti sono i giganti Pischinainos (Tresnuraghes), o la fila di Pranu Muttedu o il betilo conservato al museo di Laconi; esistono anche betili molto piccoli (nel sito di Serra Orrios ne è stato trovato uno di soli 21 cm). Questi monumenti appartengono al periodo nuragico, che va dal 1600 a.C. al 238 a.C., e raffigurano simboli di divinità maschili o femminili: ve ne sono infatti con rudimentali rappresentazioni falliche o mammellari. 

Fila di bétili a Pranu Muttedu, presso Goni in Sardegna
Numerosi sono anche, nella vicina Corsica, gli allineamenti (in corso:"infilarata") di I Stantari e di Rinaghju nell'Area archeologica di Cauria poco distante da Sartene, dove vi erano 30 pietre infisse nel terreno nel primo e oltre 60 pietre piccole e 70 grandi nel secondo. Particolari quelli di Filitosa nel comune di Sollacaro, a nord di Propriano.

I betili di Rinaghju a Sartene in Corsica

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