sabato 8 dicembre 2012

Modern Witch League©: Tell The Owl - Argomento ⑨: Mito: interpretazione della mitologia come insegnamento spirituale


Ho sempre trovato affascinanti tutti i racconti mitologici di ogni cultura del mondo, ma in proposito all’argomento il mio primo pensiero va sempre ai Maya. Si tratta di quella da cui sono sempre stata più inconsciamente attratta – e si può dire che questo Tell the Owl cada proprio a fagiolo, visto che solo di recente sono riuscita finalmente a trovare la versione integrale in italiano del Popol Vuh, non solo il testo basilare della letteratura Maya Quiché, ma la chiave fondamentale per comprendere le usanze e le tradizioni di questa cultura sopravvissute fino ad oggi. Discorso che si può dire valere per tutte le forme di mito, di qualsiasi parte del mondo si stia parlando.
Di ogni mitologia possiamo osservare più sfumature di significato. Tanto per cominciare quello letterale, dato dalla prima superficiale lettura del testo, perciò gli Dei, la creazione del mondo, la sua conformazione, i primi personaggi che lo hanno abitato ma soprattutto le gesta dei grandi eroi. Chiunque mastichi un po’ di mitologia Maya, non può non conoscere i leggendari fratelli Hunapú e Ixbalanqué, alle cui gesta è dedicata un’ampia gamma del Popol Vuh. Tramite la loro bontà e la loro astuzia sconfissero i signori di Xibalbà, regnanti malvagi che abitavano a metà tra il nostro mondo e l’aldilà le cui funzioni erano principalmente quelle di recare danno agli esseri umani. Risaltano qui i significati letterali, che si possono trovare un po’ in tutti i miti, di narrazione della motivazione dei fatti che nei tempi antichi erano inspiegabili. Si va dai grandi fatti naturali, come terremoti e alluvioni. Il Popol Vuh attribuisce i terremoti a Cabracàn, uno dei figli del famigerato Uucub Caquix, di stirpe risalente alla creazione del mondo, il quale a sua volta è identificato con l’Orsa Maggiore – mentre la moglie Chimalmat all’Orsa Minore.
Si parla anche di una grande alluvione, così come in tante mitologie del mondo, che sarebbe stata mandata dagli Dei per cancellare dalla faccia della terra uno dei tentativi falliti di creazione dell’uomo, ossia la razza degli uomini di legno.
Per la stessa categoria vi sono le spiegazioni a fatti apparentemente insignificanti, ma che evidentemente destavano una certa curiosità. In particolare cito, come spesso accade in questo caso specifico, la motivazione che dà il Popol Vuh a due fatti riguardanti gli animali.
Si fa riferimento ad un episodio di vita dei famigerati Eroi Gemelli.
Qualche tempo dopo l'espulsione dei fratelli maggiori, Hunahpú e Ixbalanqué utilizzarono i loro poteri per accelerare i lavori che la nonna ordinava loro: un singolo colpo di scure eseguiva il lavoro di un giorno intero. E quando stava per arrivare la nonna, i gemelli si inzozzavano di segatura e polvere, cosicché l’anziana pensasse che avessero sgobbato duramente. Un giorno, però il loro lavoro fu rovinato dagli animali della foresta; una volta rifatto, gli animali si ripresentarono, e Hunahpú e Ixbalanqué li scacciarono. Molti animali fuggirono. Il coniglio ed il cervo furono catturati per la coda, ma le code si ruppero (questa è l’origine della coda corta di conigli e cervi). Fu catturato anche un topo, la cui coda fu messa sul fuoco fino a bruciarne tutti i peli (questa l’origine della coda nuda del topo); in cambio di essere liberato, il topo rivelò loro dove si trovava l'equipaggiamento da gioco della Pelota (gioco della palla) che prima apparteneva al padre e allo zio e che erano stati nascosti dalla nonna in quanto le ricordavano la morte dei figli.
Perciò arriviamo ai vari significati allegorici, che stanno “sotto” a quello letterale, i cui più importanti sono sicuramente quello anagogico, cioè di insegnamento spirituale, e quello morale, con funzione di trasmettere un insegnamento etico. I racconti mitologici motivano gran parte delle usanze che per secoli le popolazioni si portano dietro. Nonostante possa apparire un testo breve, il Popol Vuh sa fornire, per chi si sa destreggiare nei suoi meandri, la spiegazione mitica di tutto ciò che era costume presso i Maya, e che, seppure magari in minor parte, sopravvive ancora oggi. Spesso, come gli Aztechi, vengono descritti come un popolo sanguinario, per i sacrifici di sangue e quelli umani perpetrati a lungo fino all’arrivo degli europei, ma è facile giudicare senza una analisi concreta delle loro credenze, perciò della mitologia. Come spiega il Popol Vuh, l’uomo era stato creato per adorare le Divinità della Luce, affinché tenessero sempre a bada quelle dell’Oscurità, garantendo un equilibrio favorevole alla prosperazione dell’uomo. E non vi era migliore metodo del sangue, una delle componenti attraverso cui l’uomo stesso era stato creato, nonché ciò che conteneva l’essenza della vita, secondo i Maya. In tutto ciò, è impossibile non notare la forte componente di una femminilità sacra: la Madre Fertile che attraverso il proprio sangue tiene buona la Dea Oscura. C’è da dire anche che in tutte le culture può emerge uno stampo femminino, ma talmente arcano che spesso non viene riconosciuto dalla gran parte della comunità scientifica, perciò scartato – ma questo è un altro discorso, di cui chiudo subito la parentesi per non esulare.
L’insegnamento morale del Popol Vuh è molto palese, così come accade per la stragrande maggioranza di tutti i racconti mitologico-fiabeschi: il bene, presto o tardi, trionfa sempre. Insegnamento che è perfettamente espletato dalle vicende di Hunapú e Ixbalanqué. Per quante volte i fratellastri maggiori tentarono di far loro del male, fisicamente e psicologicamente, nonostante il padre e lo zio fossero stati assassinati con l’inganno dai signori di Xibalbà – che le provarono tutte per togliere la vita a  anche a loro – gli Eroi Gemelli seppero conservare la loro purezza d’animo, la loro schietta saggezza che permisero loro di sconfiggere.
Dalle usanze religiose a eventi storici realmente accaduti, dai fenomeni astrologici alle mitiche gesta di leggendari eroi, tutto questo racchiuso in un racconto. Il Popol Vuh per i Maya, l’Edda per i Norreni, cambiano i nomi, i popoli, le usanze, ma l’elemento mitologico è qualcosa che non può mai mancare.
Essendo una grande amante della mitologia, di qualsiasi cultura del mondo, diverse ne ho lette, e altrettante cose ho imparato. Quello Maya è quello che mi balena più spesso nella mente, che mi è rimasto più impresso a livello spirituale, anche se sinceramente non saprei spiegare perché, potrebbe essere per una semplice fascinazione, qualcosa di inconscio o qualche motivo arcano che ancora non mi è dato conoscere.
Per quanto riguarda i racconti più della serie fiabesca, sono innumerevoli i racconti che mi hanno colpito, nel senso che vi sono stata portata a riflettere a lungo.
Partendo da un passato che ormai non ricordo, mia madre spesso racconta di come scoppiavo in lacrime quando Biancaneve cadeva vittima del sortilegio della matrigna. Quale fosse il motivo non saprei spiegarlo nemmeno in questo caso.
Altri racconti rimastimi in mente, soprattutto a livello di memoria, sono quelli dell’antica Persia, che probabilmente sono quelli che amo di più assieme a quelli Maya. Di questi posso sinceramente dire che mi abbiano insegnato qualcosa, soprattutto perché spesso arrivano proprio quando c’è necessità. Ne conosco più di uno, il seguente è uno di quelli che mi sta più a cuore, del quale credo che se tutti vi riflettessero, sicuramente il mondo sarebbe diverso.
Si narra che un giorno il re sasanide Cosroe Nusciravan andò a passeggio per il suo feudo a godersi la natura. In una fattoria incontrò un anziano tutto intento a piantare alberelli nell’orto. Nusciravan si avvicinò e gli chiese “Buon uomo, cosa fai?”Il contadino gli rivolse uno sguardo stizzito “Lo vedi bene cosa sto facendo! Ma se il nome dell’albero che vuoi sapere, allora sappi che è un fico”Il re provò immediatamente simpatia per il contadino schietto, così decise di fermarsi a conversare con lui. gli disse “Ma, buon uomo, non siete più molto giovane, non vivrete ancora a lungo. Perché dunque piantate dei fichi? Sapete bene che impiegano molto a dare i loro frutti, perciò perché non piantate qualcosa che fruttifichi più velocemente, cosicché possiate gustarli?”L’anziano, stupito per quell’osservazione, pensò che quel tizio, in cui non aveva riconosciuto il re, dovesse essere un po’ tonto, o che non avesse mai visto lavorare la terra, perché non sapeva proprio un bel niente. “Si è vero, il fico impiega molto per dare i suoi frutti, ma che vuol dire? Altri prima di me hanno seminato e curato, poi io sono giunto e ho mangiato i frutti del loro lavoro. Ora io pianto l’albero e lo curo affinché altri dopo di me possano godere di questi frutti. Non lo conosci il proverbio?” continuò l’anziano “Hanno seminato e abbiamo mangiato, seminiamo e mangeranno.”A Nusciravan le parole del contadino suonarono più che mai sagge e belle, tanto che solo ad udirle se ne sentì appagato. In quel momento passarono di lì degli ufficiali reali, che riconobbero il sovrano e si inchinarono al suo cospetto. Il contadino, comprendendo chi aveva di fronte, abbassò gli occhi mortificato, temendo una pena per il modo con cui si era rivolto al re, ma Nuscirivan fece raccogliere nei suoi giardini un grande cesto di frutta e ordinò che fosse regalato al saggio contadino.Si narra, anche, che il contadino sia poi riuscito ad assaggiare i primi frutti del fico, prima della fine della sua vita, e che ne portò in dono al re Nuscirivan, con il quale li condivise.


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