giovedì 24 aprile 2014

Fuori le pudende! – Simboli "intimi" della Sacralità Femminile


Sono molte le immagini simboliche legate alla figura della Grande Madre, e quindi alla sacralità del femminile, prima tra tutte quelle rappresentate dalle parti del corpo stesso della donna. Proviamo a sfiorarne la cima sbirciando ciò che riguarda gli organi genitali.
“La concentrazione rivolta nei confronti della donna, ed in particolare nei confronti del suo apparato riproduttivo, è stupefacente ed inquietante nello stesso tempo: […] strumento potentissimo e temibile, dai magici poteri ed in grado di avere ragione delle stesse forze della Natura”
N. Valentini, L’inquietante femminile
Già nella preistoria vediamo raffigurate le sue rotondità in modo esagerato, rendendo il suo corpo effige stessa della vita e della fertilità. In parallelo, vi sono tutta una serie di storie e racconti di mitologia e folklore sviluppatesi parallelamente, in cui emerge chiaramente il rispetto reverenziale che gli antichi ne avevano.
Innanzitutto, ci basta pensare agli elementi più o meno naturali che si ricollegano all’immagine della vulva: la caverna, la grotta, il calderone, il vaso, forno: tutti oggetti con le caratteristiche principali di cavità, oscurità, luoghi atti a offrire nutrimento e riparo. I nostri antenati questo lo riconoscevano eccome, stabilendo una correlazione solida e diretta tra il pube e la forza creatrice della Dea Madre. Seppure oggi ci possa apparire contro la comune morale, un gesto come il mostrare le parti intime in molte culture è stata un’azione carica di un potere inconoscibile prettamente femminile – gesto di cui troviamo numerose menzioni accreditate. Erodoto (484 a.C. – Thurii, 425 a.C.,  storico greco antico) nelle sue Storie, narrando del proprio viaggio in Egitto, fa cenno di questa usanza, in particolare descrivendo ampliamente delle festività annuali dedicate alla Dea Bastet, durante le quali le donne al seguito del corteo di festeggiamenti che navigava sul Nilo erano solite sbarcare per sollevare le vesti davanti agli abitanti, allo scopo di portare protezione e richiamare l’energia Divina sul villaggio. Lo stesso Erodoto coniò tale costume con il termine di “anasyrmos”, letteralmente “sollevare le vesti”.
Quattro secoli dopo, Diodoro Siculo (90 a.C. – ca. 27 a.C., storico siceliota) narra di rituali simili, questa volta dedicati al Dio Api e al suo oracolo Ptha. Tali riti, riservati esclusivamente alle donne, consistevano anche nell’alzare le vesti dinnanzi all’Altare ad Essi dedicato con l’intento di incrementarne il potere.
Facendo un passo indietro per rivolgerci alla mitologia, vi è una interessante leggenda, descritta su un papiro risalente al 1160 a.C. ca. Secondo questa leggenda il Dio Ra, gravemente offeso da Horus, si ritirò lasciando il mondo senza luce e facendolo piombare nell’oblio. Per porre rimedio Hator, Dea della gioia e della sessualità, mostrò le proprie nudità al Dio del Sole, scatenandone l’ilarità e convincendolo a ridare vita alla terra.
Il tema del ritrovamento della gioia in seguito alla vista delle femminee pudende è molto ricorrente nelle mitologie di tutto il mondo.
Nel lontano Oriente, narra la leggenda che Susanowo, Dio delle Tempeste, insozzò di feci i campi coltivati della divina sorella Amaterasu, Dea del Sole. Accecato dalla propria furia, arrivò addirittura a ferirne la vagina. Ella, terribilmente oltraggiata, si rinchiuse in una caverna, privando ogni cosa dei suoi raggi benefici. Nessuno degli altri ottocento Dei del Pantheon Shintoista riuscì a convincerla a tornare sui propri passi. Nessuno tranne la Dea Ama-no-uzume-no-mikoto, che prendendo a ballare nuda alla presenza di tutti gli Dei, provocò in loro risate gioiose tanto forti da indurre Amaterasu a uscire dalla propria caverna in preda alla curiosità.
Senza andare troppo lontano, la stessa cultura ellenica ci porta un esempio. Nella leggenda del rapimento di Kore da parte da parte di Plutone, vi è un leggendario episodio durante la ricerca disperata da parte di Demetra dell’adorata figlia. In preda allo sconforto, la Dea [dei campi] si abbondonò ai margini di un villaggio. Subito fu soccorso da un’anziana, una certa Baubo, che non riuscendo a risollevare la Dea con parole di conforto, prese a mostrare il pube, suscitando finalmente il riso in Demetra.
Oltre che nella ritualistica e nella mitologia, troviamo molti esempi di questi atti anche nel quotidiano.
Plinio il Vecchio (Como, 23 d.C. – Stabia, 25 agosto 79 d.C.,  scrittore romano) racconta della credenza secondo cui una donna era capace di sradicare completamente i parassiti da un campo se all’alba avesse messo in mostra il pube.
Ritornando in ambito egizio, era uso per le donne alzare le vesti nelle zone coltivate per rendere più abbondante il raccolto, con il merito di riuscire, tramite tale azione, a far eclissare subitamente qualsiasi energia o spirito negativo.
Ancora Plinio, nella sua Naturalis Historia, sostiene che una donna nuda, o che scopra anche solo l’intimo, è in grado di placare gli elementi naturali: le tempeste si calmavano impaurite da tale ostentazione.
Anche nella storia moderna troviamo un detto catalano che sostiene che “il mare si quieta alla vista dalla vagina di una donna”.
A questo proposito, sembra che nei paesi di antiche tradizioni marinaresche, le mogli degli uomini che partivano per mare erano solite alzare le vesti allo scopo di placare i capricci della natura.
Successivamente, la sacralità del corpo femminile è stata fortemente distorta con l’avvento del cristianesimo, i cui pensatori hanno bollato tali atti come il più mero esempio della lascività della donna e del suo insaziabile appetito sessuale, arrivando ad assumere a simbolo di elevazione spirituale il corpo totalmente inviolato, di cui diverrà icona la “vergine” Maria.
Nonostante tutto, per fortuna, gli sforzi della chiesa cristiana in questo senso non sono stati pienamente fruttuosi, e siamo circondati da esempi della potenza degli organi riproduttivi femminili. In questo ambito, uno dei più studiati è certamente la Potta di Modena, la figura che si erge sul Duomo della stessa città,
«Figura femminile impudica che ostenta il sesso […] riferimento esplicito alle capacità riproduttive e quindi ai riti di fecondità strettamente. Figure simili che si ritrovano anche nell'iconografia di altre chiese romaniche e gotiche, sono sopravvissute a tutti i cambiamenti temporali in virtù di significati profondi e ancestrali quali la fertilità, la prosperità e lo strumento apotropaico contro la malasorte»
figura dallo scopo protettivo, di salvaguardia contro gli influssi maligni, che richiama una costruzione simile collocata sopra la Porta Tosa di Milano. Raffigurazioni che si trovano più numerose nelle zone dove la diffusione del cristianesimo ha arrancato, in particolare nel nord Europa: le più note sono le statue medievali rappresentanti figure femminili dalle vulve enormi di estrazione inglese e irlandese poste a decorazione soprattutto di chiese, evidente retaggio delle tradizioni culturali precedenti.
Tuttavia, spesso e volentieri l’essenza della Grande Madre è stata resa, attraverso la donna, qualcosa di malefico, da sconfiggere a tutti i costi – o quanto meno riuscire a dominare.
Sorprendentemente, nella mitologia troviamo un esempio anche di questo. Nella tradizione polinesiana in particolare si narra del tentativo del mitico eroe Maui di ottenere l'immortalità. Mentre la temibile Hine-nui-te-po, Dea suprema del mondo sotterraneo e madre di tutte le creature del mondo, era semiaddormentata, l’eroe cercò di arrivare all’utero, e trovare la condizione senza tempo che precede la nascita. La Dea però si destò dal suo sonno, e stringendo la vagina tranciò di netto in due il corpo di Maui.
L’eterno tentativo di una mascolinità subdola e ignorante di schiacciare il principio stesso della Natura per poterne carpire i segreti e appropriarsene che è destinato a fallire, come sempre la storia ci ha insegnato.

I simboli veri e propri che, richiamando la vagina femminile, assumono valenza sacra, sono per lo più quelli che richiamano le cavità.
I principali sono:
il triangolo con la punta rivolta verso il basso, spesso considerato anche simbolo dell’Elemento Terra, in questo contesto è definito “triangolo pubico”

la “V” e il cosiddetto “Chevron”, ossia una “v” compresa in un’altra

il doppio triangolo pubico che ne enfatizza il significato e, assumendo una forma a clessidra, richiama anche il concetto del tempo

il rombo, che si potrebbe definire una semplice modificazione del triangolo pubico, è un simbolo molto ricorrente che si riferisce alla sacralità femminile, si ritrova in tutte le culture del mondo un po’ in tutte le salse; sugli stemmi araldici rappresenta i campi fertili; in alcune zone d’Italia vi sono pani e dolci tradizionalmente di questa forma intitolati prima a Dee e poi a sante; 


Il pettine, altro simbolo pubico, richiama anche i capelli – perciò la bellezza femminile e tutto ciò che vi è connesso – ma anche la fertilità, visto che può rappresentare anche la pioggia e le nubi, e quindi la prosperità dei campi coltivati

Oltre ai già nominati coppa, calderone, forno, grotta, pozzo, nel mondo vegetale vi sono un sacco di fiori e frutti che richiamano la fertilità femminile: l’orchidea, la rosa, la ninfea, la melagrana, la mela, la mandorla.
A ben guardare, i simboli delle intimità della Grande Madre possono essere un’infinità, ne siamo letteralmente circondati. Proprio perché la Dea è ogni cosa.


Fonti
Donne che corrono con i lupi, C. P. Estes
Storia di V., C. Blackledge
L’inquietante femminile, N. Valentini
Varie fonti web (non sono riuscita ad identificarle tutte con certezza, accetto segnalazioni per correzioni)

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