Dare un nome ai nostri Dei

Per questo articolo prendo spunto dal bellissimo video di Pagyptsian
che è sempre un’ispirazione per me

Nell’ambito del neopaganesimo, la maggior parte dei praticanti è devoto ad una o più Divinità. Può accadere che si scelgano Dei o interi Pantheon e che li segua per tutta la vita, oppure che si passi dal culto di una Divinità ad un'altra, o ancora che si componga il proprio sistema spirituale rivolgendosi a varie Divinità di diverse estrazioni. Soprattutto in quest’ultimo caso, si può provare un senso di indecisione, di insicurezza, di confusione su ciò che si vorrebbe fare. Esiste infatti nell’ambiente pagano uno stigma, a volte difficile da superare, nei confronti della possibilità di scegliere le Divinità a cui più ci si sente legati senza dover assumerne in toto il Pantheon o i sistemi culturali.
Oggi come oggi conosciamo innumerevoli Pantheon, ciascuno dei quali ha una serie di Dei e Dee a cui sono associati nomi, immagini, attributi, miti e leggende. Quello che dimentichiamo, è che tutto quello che conosciamo in realtà è un costrutto posto in essere dai nostri antenati.
Per citare Pagypstian 
«Ad un certo punto della storia, una certa persona ha scelto un nome [con cui è stata ribattezzata una Divinità] che non rende più o meno valida l’esperienza personale di ciascuno con la Divinità stessa  – o l’archetipo che per noi rappresenta»


Così come i nostri antenati hanno scelto un nome per una certa Divinità, la stessa cosa possiamo fare noi – ed è anche qui che risiede la grande libertà che il Neopaganesimo ci offre, come sentiero spirituale.
Certo, in una conversazione per comodità è normale usare i nomi classici, per comprendersi quando si parla. Tuttavia le possibilità sono infinite. Siamo soliti usare costrutti identici per archetipi con cui ciascuno ha esperienze diverse.
Sforzarsi di usare un certo nome, di cui magari non comprendiamo il significato o che per noi non ha senso, può essere una limitazione. Così come lo è tenere rinchiuso un concetto Divino nell’ambito di un certo quadro culturale perché “è così che si fa”.  Spesso non consideriamo che anche i nostri antenati si prendevano molte licenze di culto. All’interno di uno stesso Pantheon, ma in punti diversi di uno stesso paese, la stessa Divinità poteva avere nomi diversi e attributi diversi. Alcune culture adottavano Dei di pantheon differenti. Sono esistite un’infinità di Divinità locali di cui per lo più abbiamo perso testimonianza. In certi casi, i nomi che gli antichi hanno dato agli Dei non erano intesi come nomi propri, bensì come titoli: signore e signora, re e regina, padre e madre, ecc. Dall’altro lato, in tutto il globo si possono osservare Pantheon lontani centinaia di chilometri annoverare Divinità di nomi e aspetti diversi con attributi quasi identici.
C’è persino un altro frangente che spesso non si considera: la possibilità di creare i propri Dei (o archetipi). Anche dal nulla, da qualcosa che non era mai esistito prima.
Per citare Pagypstian 
«I confini entro i quali si rinchiude un principio divino sono veri e propri bocchi mentali e spirituali»


L’esperienza con il Divino dovrebbe essere qualcosa di assolutamente intimo e personale, e prenderci tutte le libertà che vogliamo ci apre alle possibilità, invece che costringerci tra inutili barriere senza senso. Ad una Divinità (o Archetipo) si può dare il nome che si vuole, che può essere comune, o proprio, o assoluto. Possiamo chiamare una Dea “Iside”, “Freya”, “Artemide”, oppure “Magia”, “Amore”, o ancora “Vergine”, “Madre”, o con nomi di persona, o con nomi inventati da noi. L’attributo di una Divinità non è più una costrizione quando lo scegliamo noi, diventa apertura, libertà. Il nome può contrassegnare anche una Divinità che lo è solo per noi, o un insieme di attributi che noi consideriamo sacri. Questo è quello che conta: che sia l’immagine di ciò che rappresenta per noi.
E da dove si può cominciare a dare un nome ai nostri Dei? Innanzitutto seguendo come sempre la nostra sensibilità. E poi chiedendoci, qual è il principio divino perfetto che rappresenta per noi l’esperienza di unione con il tutto. E rispondersi a cuore e mente aperti. E ciò che scopriamo può essere condiviso con gli altri, i quali possono acquisirlo o ignorarlo – è esattamente così che si sono venuti a formare i concetti di Divinità che cerchiamo disperatamente di ricostruire, dimenticando che sono nati nelle mente di persone come noi, gli spiriti dei nostri antenati, che sono anche i nostri.
Concludo con il pensiero di Pagypstian 
«Tutto è Divino, perciò tutte le Divinità sono valide, anche se non tutte le Divinità sono la stessa cosa – tuttavia le differenze non sono qualcosa di assoluto, bensì si basano sulla sensibilità e sull’esperienza di ciascuno. »